Gli scavi di Velia


velia010.jpg Nel luogo dove l'Alento sfocia nel mar Tirreno, sulla costa meridionale del Cilento, a poca distanza dal moderno abitato di Ascea Marina, si estende il promontorio che nell'antichità ospitò la gloriosa città di Velia, già chiamata Elea, famosa soprattutto per la famosa scuola filosofica di Parmenide e Zenone. E su quello stesso promontorio rimangono oggi i resti di quella città che, sebbene scavati solo in parte, testimoniano la grandiosità delle vestigia antiche. E che costituiscono una ghiotta occasione per spingersi nel profondo sud della nostra regione.
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LA STORIA

I fondatori di Velia venivano da Focea (Asia Minore), da dove erano fuggiti, nel 545 a.C., per l'attacco militare persiano condotto da Arpago, generale di Ciro. Dopo essersi recati ad Alalia in Corsica, a seguito di una sconfitta navale contro Etruschi e Cartaginesi, furono costretti, nel 540 a.C. a rifugiarsi a Reggio. Da qui, interpretando un responso oracolare, giunsero sul luogo della fonte Hyele, dove fondarono la città di Elea.
Queste notizie le apprendiamo dai racconti di Erodoto e di Antioco di Siracusa i quali non chiariscono, però, se il luogo della città fosse già occupato da popolazioni indigene: d'altro canto le testimonianze archeologiche sono troppo sparute per dare una risposta certa. Lo stesso nome viene fatto derivare dal fiume Elete che attraversava la città o dal greco Elos (palude).
La città fu fondata su di un promontorio posto a 72 m. s.l.m. che nell'antichità si protendeva direttamente sul mare. Successivamente la città si espanse nelle due pianure poste a nord (delimitata dal fiume Alento) ed a sud (delimitata dalla Fiumarella S.Barbara) del promontorio. A difesa del territorio vennero create una serie di fortificazioni quali Punta della Carpinina (presso Licosa) a nord, Torricelli (presso Vallo Scalo) e Civitella (presso Moio) ad est e Castelluccio (presso Pisciotta) a sud. La scarsità di aree coltivabili non costituì un grosso problema per i Focei che avevano invece una netta propensione per il commercio marittimo e per la pesca.
Pochi decenni dopo la fondazione, i suoi intellettuali più illustri, i filosofi Parmenide e Zenone, fondarono la scuola "eleatica" che ancora oggi influenza gran parte del pensiero del nostro tempo. Fu anche sede di una scuola di medicina e meta di infermi che accorrevano al suo asclepeio per le cure. Nella stessa scuola venne ospitato anche Senofane di Colofone. I due filosofi eleatici diedero alla città un'adeguata legislazione. Ma ciò non bastò ad evitare l'ascesa del tiranno Nearco il quale scoprì una congiura ordita da Zenone ed i suoi seguaci, condannando a morte il filosofo.
Elea dovette sostenere anche duri scontri con la vicina Poseidonia (Paestum) e con i Lucani. Come Paestum si schierò poi a favore dei Romani nelle guerre contro Annibale. In età romana Elea, rinominata Velia, venne ricordata per la dolcezza del suo clima, l'ospitalità e l'alto tenore di vita degli abitanti, diventando meta di numerose personalità, tra le quali Cicerone, Paolo Emilio e Orazio.
La storia ci ricorda anche che Bruto, dopo l'uccisione di Cesare, si rifugiò a Velia e Marcantonio, partito al suo inseguimento, lo attese al largo senza entrare in città.
Un duro colpo all'economia della città venne dall'insabbiamento dei suoi porti che rese difficile l'attività marinara. In tal modo Velia sopravvisse ancora per poco diventando sede vescovile, ma venendo abbandonata a seguito delle invasioni saracene (sec.VIII-IX).
Dell’antica Velia si perse ogni ricordo tanto che sulla parte alta del colle sorse in epoca normanna un castello con un villaggio chiamato Castellammare della Bruca concesso da Federico II a Gualtiero de Cicala: è ricordato già nel 1144. Nel '400 il villaggio, già abbastanza popolato, era in possesso di Amelio del Balzo, fedele e consigliere del re. Successivamente il feudo fu di proprietà di Francesco Sanseverino di Lauria, il cui stemma, a dire dell'Antonini, era scolpito a Velia in due punti del castello. Il Sanseverino acquistò la baronia con i casali di Ascea, Terradura e Catona, donandola alla Santa Casa dell'Annunziata di Napoli (che la possedette fino al '700).
Quartiere meridionale.....(clicca sulla foto per ingrandire)
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fortificazione medioevale sull'Acropoli.......(clicca sulla foto per ingrandire)
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LE CASE ARCAICHE
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I due archeologhi alla ricerca della civiltà perduta..... in solo 1 ora hanno capito
il funzionamento del sistema idrico....
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pozzo sacro, profondo circa 6 metri. In esso vennero trovate numerose offerte votive come balsamari, lucerne, vasi, statuette.
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LE TERME ROMANE

Si imbocca la salita che conduce verso Porta Rosa. Si tratta di una strada greca che collega il quartiere meridionale con il quartiere settentrionale. Essa è larga 5 metri ed è delimitata da una cordonatura di blocchi squadrati oltre i quali vi sono cunette per il deflusso delle acque piovane. All’inizio si nota l’apertura di un canale che originariamente aveva una copertura a blocchi. A sinistra è un edificio termale romano risalente alla prima metà del II sec. d.C. Le mura esterne sono costruite con filari di pietra fra doppi corsi di mattoni. All’interno sono visibili bei pavimenti mosaicati con scene marine.
Superate le terme, la strada fiancheggia un grande ninfeo infossato con basi di colonne ioniche.
velia000.jpg PORTA ROSA

Si giunge così a Porta Rosa, databile alla metà del IV sec. a.C. (segno che i Greci conoscevano già a quell'epoca l'uso dell'arco che non fu, quindi, un’invenzione etrusca). La porta è inoltre preceduta dai resti di una porta preesistente facente parte del sistema difensivo arcaico con ante di arenaria e tracce dei cardini e dei battenti. Porta Rosa consentiva il passaggio da una parte all'altra della gola, mettendo in comunicazione il quartiere meridionale con quello settentrionale (non ancora scavato). Un muro di terrazzamento in opera isodoma contiene la sponda occidentale della gola. L’arco a tutto sesto è sostenuto da due piedritti in opera isodoma. Sul primo arco è un secondo archetto di epoca posteriore che doveva servire a creare un passaggio (a mo’ di ponte) tra le due parti del crinale separate dalla gola. La datazione è quella data dallo scopritore Mario Napoli (che diede anche il nome della moglie, Rosa, alla porta), ossia la metà circa del IV sec. a.C. La perfezione di Porta Rosa e l’armonia delle sue dimensioni non è causale: basti pensare che la luce dell’arco inscrive esattamente due circoferenze l’una sull’altra aventi per diametro la larghezza dell’arco (m. 2,68). Nel corso del III sec. a.C., la porta rimase sepolta da una frana e restò ostruita per sempre